Gli studenti dell’era digitale: automi o pensatori critici?

Il Fatto Quotidianodi Enrico Nardelli, Professore universitario di Informatica
Il termine “pensiero computazionale”, dopo essere stato ufficialmente accettato nel mondo giuridico con la pubblicazione della legge 107/2015 (“La Buona Scuola”) è entrato anche nella pratica didattica col Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), che ha riconosciuto attività di questo tipo come essenziali per la formazione degli studenti nell’era digitale.

Alle volte è anche capitato che qualcuno si sia spaventato per l’espressione, temendo che si vogliano trasformare gli studenti in automi. Si tratta di paure che derivano dall’aver semplicemente sentito il termine, senza averlo approfondito.
Nella realtà, infatti, è tutt’altro che una meccanizzazione delle persone. È viceversa un mezzo essenziale per sviluppare il pensiero critico, di cui la società, con l’incremento di complessità derivante proprio dalla pervasività delle tecnologie dell’informazione, ha sempre più bisogno.

Le persone usano implicitamente il pensiero computazionale nella vita di ogni giorno. Sono poi forzate ad esplicitarlo quando devono istruire un soggetto terzo, l’esecutore, a risolvere un problema.  In altre parole, il pensiero computazionale è un processo mentale che conduce a specificare procedure che un esecutore può realizzare autonomamente.

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