Scuola, la gentilezza è un ‘superpotere’ che pochi posseggono (e pochi insegnano)

La Gentilezza è entrata nelle scuole. Ufficialmente. In maniera istituzionalizzata, dopo il successo riscosso dalla quarta Giornata nazionale dei giochi della gentilezza, lo scorso settembre.
Sarebbe davvero complicato trovare qualche ragione per non rallegrarsi di questa operazione, di questo elogio della gentilezza. Peraltro pensato per la scuola.

Scuola, la gentilezza è un superpotere che pochi posseggono (e pochi insegnano)

Ma è più che palese che la gentilezza, che è una delle declinazioni dell’educazione, troppo spesso non viene coltivata quanto dovrebbe. La delicatezza, l’eleganza, la finezza, così come la raffinatezza, le buone maniere e la cortesia, solo raramente trovano spazio a casa. Nei rapporti tra genitori. Tra loro e i figli.

La conseguenza naturale è quella sotto gli occhi di molti.
Più in generale, si è persa la consuetudine di chiedere scusa. Il “grazie” e il “prego” sono rari. Così come il salutare, magari sorridendo. Per non parlare del lasciare il passo a chi ci precede oppure ci segue quando si entra oppure si esce da un luogo.

Assodata questa criticità, si prova a trovare delle soluzioni. Come? Provando a investire la scuola anche di questo compito. Cercando di trovare uno spazio a un insegnante che si occupi di illustrare cosa sia e quali benefici apporti la gentilezza.
D’altra parte è diventata una pratica sempre più comune, da almeno un decennio, riempire i tempi della Scuola con materie diverse. Attraverso progetti, soprattutto.

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 mercoledì 29 Gennaio - 2020
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