La scuola al tempo del coronavirus

La scuola è un luogo pubblico, uno spazio, ma anche un tempo in cui relazioni, emozioni, conoscenze, scoperte e sentimenti si consolidano nell’esperienza di chi la vive perché ci lavora, perché ci cresce dentro , perché si scopre e si apre con curiosità a tutto quello che conta al di fuori di noi.

D’improvviso, in questo contesto inedito, ci è stato presentato il volto di una scuola che “a distanza” risolve ogni problema e realizza la migliore delle didattiche possibili, superando i limiti dello spazio e del tempo.
Chi conosce la situazione concreta dei nostri edifici scolastici e delle loro dotazioni tecnologiche, avrà provato qualche brivido ma non è questo il vero problema. Come non lo è la polemica contro la supposta forza della didattica a distanza, vista come una strategia (se pensata) o come una deriva (se solo acriticamente praticata) per sminuire il ruolo della scuola pubblica e la sua insostituibilità.

Tecnologie e didattiche digitali possono benissimo concorrere a migliorare la capacità della scuola, dei docenti, ma non potranno mai sostituire la ricchezza della relazione educativa che si realizza nelle aule di scuola alla presenza di docenti e studenti.
Una scuola chiusa non è solo un edificio chiuso.

E’ quel luogo, unico ed irripetibile, dove ogni mattino le vecchie e le nuove generazioni si incontrano.

Tutto questo mondo non si può riprodurre “a distanza” ed è la ricchezza che dobbiamo preservare.

La polemica pertanto non ci serve perché mette in ombra il fatto più importante che sta accadendo. Larga parte del personale, dirigenti, docenti, tecnici, si è mobilitata per dare un segnale ai ragazzi, agli studenti, per comunicare innanzitutto la loro vicinanza, per far sapere che non si sono messi in vacanza ma cercano in ogni modo di dare continuità al lavoro interrotto con la speranza di riprenderlo presto.

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