La scuola riapre con un mezzo bluff ma il tempo delle polemiche è finito

Le scuole sono state le prime a chiudere, sono (quasi) le ultime a riaprire. Anche se non tutto è come sembra.
Ripartono con quelle che la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina definisce “piccole criticità” ma che sono il frutto amaro di una fine d’inverno e di una primavera sostanzialmente sprecati.

Foto: Riccardo Giordano/Ipa

Si riparte così da classi spesso ancora in modalità pollaio e da 50mila ragazze e ragazzi con la mascherina fissa tutto il giorno perché non ci sono le distanze. Distanze che altrove sono forse formalmente rispettate ma che non hanno granché di scientifico, per così dire. Si riparte dagli enti territoriali che hanno ricevuto in extremis i fondi per pagare gli spazi aggiuntivi che hanno individuato e con l’incognita invernale: se ancora in autunno qualcosa all’aperto di potrà fare, l’illusione di una scuola rousseauiana en plein air crollerà ai primi freddi e agli acquazzoni di tardo autunno.

Tutti sostengono che si dovesse iniziare a lavorare sulla ripartenza a marzo e aprile. Basti pensare alle parole di Patrizio Bianchi, coordinatore del Comitato degli esperti istituito al ministero dell’Istruzione, rilasciate a Repubblica: “Ci hanno nominati il 17 aprile, ci hanno dato tempo fino al 30 luglio e delle proposte che abbiamo presentato non abbiamo saputo nulla”.

La scuola ricomincia dunque più perché deve che perché possa ricominciare davvero. Arredi e banchi singoli arriveranno entro ottobre, molto tardi.

C’è inoltre il pasticcio dei supplenti: 250mila cattedre di ruolo sono scoperte, si tenterà di coprirle con una trasformazione magica delle graduatorie locali in quelle per le supplenze nazionali, in un lavoro incredibile avviato solo il 6 agosto.

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 lunedì 14 Settembre - 2020
Scuola
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