Scuola, guardiamoci negli occhi per tornare in aula con speranza

Abbiamo visto insegnanti che chiedevano doppi ausili elettronici (come se averne a disposizione uno non fosse già complesso) durante le verifiche, che facevano tenere le mani a vista, persino bende sugli occhi o che comunque a priori palesavano un’insana assenza fiducia.

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Dall’altra parte dello schermo, studenti che cercavano di dimostrare la propria credibilità, altri che si approfittavano dei suggerimenti e che nella materia ‘copiatura’ avrebbero ricevuto anche la lode. Quel che è accaduto, a guardar bene, è che lo schermo ha acuito l’assenza di relazione, laddove la relazione non c’era o era sofferente. E certo, l’ha anche sfilacciata, se c’era.

Invece di camminare nella stessa direzione, ognuno lottava per il suo scopo: gli insegnanti per avere delle valutazioni credibili da presentare, gli alunni per il voto. Interrogare, da una parte, avere un voto, dall’altra. La relazione si fermava allo schermo e rimbalzava indietro.

Forse, in questi strani e difficili mesi, gli studenti sono rimasti uguali, nella loro solitudine hanno fatto quello che riesce loro meglio: gli adolescenti. Magari hanno anche approfittato del loro essere adolescenti. Nel giudicarli, noi insegnanti, presi dalla frustrazione e dal tiro alla fine, abbiamo dimenticato che gli adulti siamo noi.

Che la responsabilità di non tirarla, quella fune, è in primo luogo la nostra. E che, invece, provare a tirarla, per capire fino a dove si può osare, dove c’è il limite e il confine, quella è cosa da adolescenti.

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